27 Novembre 2017 | Categoria: Responsabilità genitoriale

Genitori condannati per le botte anche se il bambino è irrequieto

Team Slidinglife

L’irrequietezza del bambino non giustifica i maltrattamenti a scopi educativi: i genitori che usano sistematicamente la violenza per “raddrizzare” la schiena del figlio problematico sono condannati per il reato ex articolo 572 Cp. È quanto sancito dalla Cassazione con la sentenza 52996/17, depositata oggi dalla sesta sezione penale.

Il collegio dichiara inammissibili i ricorsi presentati dai genitori di un bambino, condannati in secondo grado per maltrattamenti ai danni del figlio. Percosse con bastoni, scope e altri oggetti, schiaffi, pugni e parole scurrili e offensive le accuse rivolte ai due ricorrenti che tentavano di giustificare i modi non proprio ortodossi con la scusa di avere un bambino problematico. Non c’è nulla da fare perché la Cassazione stabilisce un duro verdetto per i genitori: scatta la condanna per il reato di maltrattamenti. La Corte di appello ha ritenuto «irrilevante» la tesi difensiva finalizzata a giustificare i comportamenti contestati «nello jus corrigendi». L’uso sistematico della violenza, infatti, quale ordinario trattamento del minore, «anche se sostenuto da animus corrigendi, concretizza, sotto il profilo oggettivo e soggettivo, gli estremi del delitto di maltrattamenti». Ininfluente stabilire il perché dell’irrequietezza del minore, che in ogni caso non poteva giustificare per finalità educative i maltrattamenti subiti. Anche le censure sull’elemento soggettivo sono prive di fondamento. È lo stesso consulente di parte a evidenziare le «cattive interazioni dei genitori con il figlio minore, volte più a reprimere che a contenere». Per la configurazione del reato in questione, va esclusa la prova di una «perversione dell’istinto genitoriale», essendo sufficiente la consapevolezza dell’autore del reato di «persistere in un’attività delittuosa, già posta in essere in precedenza, idonea a ledere l’interesse tutelato dalla norma incriminatrice». L’articolo citato richiede per i maltrattamenti «il dolo generico, consistente nella coscienza e volontà di sottoporre la vittima ad una serie di sofferenze fisiche e morali in modo abituale, instaurando un sistema di sopraffazioni e di vessazioni che avviliscono la sua personalità». Tutto ciò è evidente nel caso in esame.



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