Come gestire i conflitti durante la separazione in 4 passi

Come gestire i conflitti durante la separazione in 4 passi

Tempo di lettura: 3 minuti Con la separazione, che si tratti di una scelta condivisa e ponderata o di una decisione subita, finisce tutto in subbuglio: le certezze, le abitudini, le emozioni. Spesso, prima di ogni altra cosa a deteriorarsi è la comunicazione tra i coniugi, ci si lascia travolgere dai sentimenti negativi, a volte anche contrastanti e questo determina […]

Tempo di lettura: 3 minuti

Con la separazione, che si tratti di una scelta condivisa e ponderata o di una decisione subita, finisce tutto in subbuglio: le certezze, le abitudini, le emozioni. Spesso, prima di ogni altra cosa a deteriorarsi è la comunicazione tra i coniugi, ci si lascia travolgere dai sentimenti negativi, a volte anche contrastanti e questo determina sempre grande confusione, in primis personale e poi nella relazione con il partner. Anche se è più facile abbandonarsi alle emozioni, è necessario riconoscerle e non lasciarsi sopraffare dalle stesse, ascoltare voi stessi è il primo passo da compiere prima di affrontare il vostro partner. Come gestire i conflitti durante la separazione? Il life coach Girolamo Grammatico ci aiuta a comprendere come gestire i conflitti in soli quattro passi. 

Gestire i conflitti durante una separazione, se poi ci sono di mezzo pure figli e figlie, può apparire un’impresa sovraumana. Rabbia, sconforto, stanchezza giocano tutte a nostro sfavore e sono i protagonisti indiscussi di una separazione. Separare ha un’etimologia molto interessante, deriva dal latino e significa “approntare via”. È un verbo diverso da “dividere”, in quanto le parti separate sono tali in virtù di una loro rispettiva autonomia.

Eppure il conflitto costante che accompagna la separazione tende a tenere ancora unite le parti, i coniugi, sfiancandoli e minacciando l’autonomia di entrambi.

Partiamo da un presupposto: non si possono evitare i conflitti. A prescindere dalla separazione, ogni relazione prevede, per essere tale, il conflitto. I problemi nascono dal fatto che non siamo stati educati a vivere questi conflitti come momento di apprendimento, ma piuttosto come un problema da gestire come una minaccia: attaccando o fuggendo.

Nel coaching ci alleniamo invece a restare dentro i conflitti e ad usarli per comprendere meglio qualcosa di noi e di ciò di cui abbiamo bisogno.

Vediamo come!

Primo passo: pensa all’ultima volta che hai avuto una discussione con il tuo o la tua partner. Cos’è accaduto? Cosa ti ha fatto arrabbiare? Riesci a individuare le azioni, le parole, gli sguardi o i comportamenti che ti hanno attivato?

Bene, passiamo al passo due.

La rabbia che provi nasce da ciò che è accaduto o dai giudizi che la tua mente ha iniziato a produrre a valanga sull’altra persona?

Questo passo è quello più importante perché gli eventi, i fatti, sono spesso ciò che stimola la nostra rabbia, ma quando ce la portiamo addosso per giorni (e per anni) la causa di ciò è la mole di giudizi che addossiamo all’ex-coniuge.

So cosa stai pensando: “Come posso non giudicare ciò che mi ha fatto? Specialmente se mi ha fatto soffrire?”

Capisco e per questo l’obiettivo non è non-giudicare. Niente affatto. L’obiettivo è allenarsi a distinguere i fatti accaduti dalle mie valutazioni sull’accaduto.

Facciamo un esempio.

Genitore 1 deve andare a prendere i bambini alle 17 e potrà passare con loro due ore prima di riportarli a casa di Genitore 2. Quando arriva e citofona si sente dire che i bambini non sono pronti e gli tocca aspettare 20 minuti in auto.

Questa situazione causa una profonda rabbia in Genitore 1 perché sente di vivere una grande ingiustizia.

Cosa accade adesso? Di norma Genitore 1 inizia a pensare frasi come “Genitore 2 fa sempre così. Me lo fa apposta. Vuole impedirmi di stare con i miei figli.” E frasi simili sulle colpe dell’ex coniuge.

Cosa propone il coaching? E qui siamo al Passo 3.

Il coaching propone di sedersi in un teatro immaginario e far salire sul palco questa parte di noi profondamente arrabbiata per il torto subito e lasciarla sfogare con tutta la rabbia generata da questo evento. Quando la versione di noi sul palco avrà terminato di vomitare improperi, chiedergli di concentrarsi sui fatti, così come sono. 

Proviamo insieme. Qual è il fatto appena accaduto?

Che sono le 17 e i bambini hanno bisogno di qualche minuto ancora per prepararsi.

So che è dura, ma, credetemi, è solo allenamento.

Questo è il fatto e se riesco a distinguerlo dalle mie valutazioni accadrà la magia.

Passo 4, il più difficile.

Di fronte a questo evento, la domanda è: “come mi sento?”

So che molti risponderebbero “Arrabbiato” o “Arrabbiata”. Allo stesso tempo provate a rivedere tutto alla luce di quanto scritto sopra. Se rimonta la rabbia è perché i giudizi sono ripartiti. Se mi concentro sul fatto, così come è, un sentimento possibile è la frustrazione, lo scoramento o, perché no, la tristezza.

Bene, se uno di questi sentimenti viene intercettato dentro di noi ci accorgeremo che la rabbia ha perso di intensità e che ciò che resta è il nostro profondo desiderio di stare con i bambini/e. Ma se permetto alla rabbia di abitare dentro di me, il tempo rimasto con loro non sarà di qualità. Se al contrario accoglierò quella tristezza, potrò prendermene cura e usare il tempo a disposizione e trasformarla in gioia genitoriale!

Girolamo Grammatico

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